Relitto del Kent - Il relitto dei Corani a S.
Vito lo Capo
La
notte regna ancora sul piccolo paese di San Vito Lo Capo, costruito
sulla leggera pendenza che scende verso il mare. Le stelle sparpagliate
qua e là nel cielo scuro offrono al mio sguardo, ancora assonnato,
una luce chiara e brillante mentre cammino solitaria lungo la strada
principale che conduce al piccolo porto.
Un gatto nottambulo incontrato all’angolo di un incrocio, mi guarda
un po’ stupito.
Il silenzio ovattato della notte mi spinge ad avvolgermi nei pensieri
che s’incanalano nella mente verso la ragione che mi ha spinto
a rubare al riposo, quest’ora buia.
L’appuntamento è alle sei al diving. Il programma è
l’immersione sul Kent, prima del levar del sole.
Arrivo in anticipo e non mi resta che trovare un angolo dove proteggermi
dalla leggera brezza che soffia dal mare. Una panchina di legno a lato
del diving sembra fatta apposta per me. Peccato non avere una coperta
di Linus per scaldarsi. Riesco quasi ad addormentarmi mentre ascolto
le voci della natura che si risveglia lentamente. Forse il sonnifero
più efficace sono stati proprio i gabbiani con quel loro delicato
e continuo richiamo. Mi sveglia un leggero brulichio di voci.Nelle ombre
create dalla luce dei lampioni ancora accesi sul lungomare, si delineano
delle figure silenziose. Avvolti nelle giacche a vento arrivano puntuali,
Cristiano, Fiorella, Mauro e Susan proprietari del diving. La complicità
della situazione ci fa sorridere.
Le nostre voci interrompono il rumore del mare che si abbandona dolce
sulla spiaggia a pochi metri da noi. Sembriamo “ladri inesperti”
che bisbigliano sul furto programmato. In effetti, le nostre intenzioni
sono di “rubare” qualche cosa alla natura generosa del mare:
calarci nel suo risveglio pronti a “leggere” il mistero
di un relitto che giace addormentato per sempre sul suo fondale, se
capaci, carpirne il segreto linguaggio e portarlo via con noi.
Assemblata l’attrezzatura, la trasportiamo sulle spalle attraversando
la spiaggia ancora umida dalla notte per raggiungere il gommone ancorato
sul molo, che ci sta aspettando.
Le luci accese della notte illuminano il piccolo paese. Il faro ancora
vigile sul promontorio completa la cornice di questo attimo ricco di
emozioni e attese.
A bordo del gommone lasciamo il porto al primo chiarore dell’alba
che avvolge l’orizzonte, solo qualche pescatore ci saluta al nostro
veloce passare.
L’aria frizzante investe i nostri volti ancora assonnati.
L’atmosfera a bordo è silenziosa. Il sorriso di Mauro e
Susan trasmette una sorta di complicità nel realizzare questo
desiderio anomalo: essere in acqua al levar del sole.
Arrivati sul punto di discesa e agganciata la boa alla cima che ci guiderà
al relitto, ci prepariamo all’immersione mentre l’alba inizia
a ridipingere i colori del giorno sulla costa selvaggia.
Scendere in acqua in un‘ora come questa è un poco come
vivere una notturna al contrario, comunque sia è un poco come
usurpare un luogo mistico e sacro. Forse gli dei del mare dormono ancora
a quest’ora, e con loro tutte le creature che popolano le sue
acque. Tra la sensazione di un atto sacrilego che stiamo per commettere
e il sonno presente negli occhi di tutti, ci tuffiamo nell’acqua
salata. La sferzata di energia fresca che riceviamo è il preludio
ad un’avventura che promette emozioni.
Al “pronti via” scivoliamo veloci lungo la cima che ci condurrà
nell’abbraccio del Kent, proiettandoci nuovamente nella notte
appena lasciata della superficie. Avvolto nell’oscurità
il relitto appare ai nostri sguardi opaco e silenzioso. Forse anche
lui sta dormendo? Le luci delle nostre torce indagano nell’acqua
per identificarne la sagoma.
Lasciamo la cima fissata alla base dell’albero maestro per dirigerci
a prua. Planiamo nella stiva ormai priva di ogni cosa. La sensazione
che prorompente entra nella mente e nel cuore, è quella di essere
in una culla d’acqua protetta dai fianchi scarni del relitto che
raccontano ancora la sua storia passata. Illuminiamo l’interno
di una stiva sul lato sinistro alla base del cassero, dove una miriade
di gamberi si lasciano investire dai fasci luminosi delle torce, creando
ad un brulichio di minuscole luci. Ci dirigiamo verso il castello di
prua dove sulla paratia dei locali usati dall’equipaggio è
fissata una grande elica.
Superiamo la parete del castello e ci portiamo verso la prua dove un
grosso argano ancora con la cima arrotolata è tana di grossi
scorfani che non si spostano al nostro passaggio. Il rumore lento delle
bolle che fuoriescono dall’erogatore scandisce lentamente il tempo
ovattato che scorre, interrompendo il silenzio del mattino in questo
luogo accattivante. La luce del giorno inizia lentamente a filtrare
e a ravvivare i colori del mare. E’ una fantasia ma è come
se ci si svegliasse nel morbido fluido salato che racchiude rigorosamente
nel suo profondo la vita trasformata di questo relitto, e anche se solo
per pochi minuti ora ne facciamo parte anche noi. Lascio per qualche
momento il gruppo e nascosta alla loro vista ascolto questo risveglio
del mare. L’attenzione generale è attratta dalla vista
di un grongo rintanato in un buco del relitto. Resta tranquillamente
nella tana lasciandosi osservare, muove solo le piccole branchie. Non
ci pensa nemmeno ad anticipare l’inizio della giornata! Dopo una
discreta insistenza nella speranza da parte nostra di stimolare la sua
attenzione, ci allontaniamo lasciandolo tranquillamente al dolce sonno.
Il tempo sott’acqua possiede una consistenza diversa da quello
della vita di superficie. I minuti sono importanti e sempre pochi e
racchiudono un’intensità tale da raggiungere i meandri
nascosti delle emozioni.
Il silenzio che governa il colloquio tra me e i compagni fatto di gesti,
é complice nell’incidere nel proprio vissuto questo “attimo”
rubato al risveglio del mare. Sono trascorsi tredici minuti da quando
abbiamo abbandonato la vita di superficie, il nostro tempo è
scaduto.
In segnale di risalita nel controllo reciproco di tutti noi, segna la
fine dell’immersione. Mentre mi dirigo alla cima che mi riporterà
in superficie, osservo la prua delineata nel blu. Saluto mentalmente
questo “scrigno” che ci ha concesso uno sguardo, anche se
fugace, nel suo involucro.
Velocemente la sua sagoma sparisce nel manto bluastro ricoprendolo alla
nostra vista a mano a mano che ci allontaniamo dal fondo.
Ora sotto di noi è rimasto solo il colore scuro del mare.
Alzo gli occhi verso il cielo d’acqua, i raggi del sole tagliano
lo strato d’acqua che ci separa dal ritorno alla vita umana. Il
sole che ancora gioca col rosso dell’alba ci raggiunge sott’acqua,
annunciando che il nuovo giorno è cominciato. Tra giochi d’acqua
e branchi di piccoli pesci che ruotano intorno a noi accompagnandoci
incuriositi, mi lascio cullare dall’appagante realtà di
essere avvolta dal mare in questo istante dove la vita comunque e ovunque
riprende, lasciando dietro di me la notte opaca e silenziosa.
La sosta di sicurezza alla quota dei tre metri sott’acqua è
un mezzo per vivere al meglio il sottile “dolore” di dover
abbandonare l’acqua. Una quantità infinita di meduse scivolano
davanti ai nostri occhi trasportate dal leggero ondulare del mare.
Riemergo per prima abbagliata dalla luce del sole, che gioca col vetro
della maschera.
Mi lascio scaldare da questi primi raggi, mentre aspetto i compagni
che uno ad uno escono dall’acqua. Le prime parole di tutti sono
di entusiasmo, mentre Susanna rimasta ad aspettarci sul gommone ci accoglie
con la sua allegria, chiedendo come è andata.
Non resta che lasciare il tempo giusto alla mente per assorbire tutto
il vissuto. Risaliti a bordo riprendiamo il tragitto del ritorno.
Il gommone corre veloce, lasciando dietro di noi una scia chiara e azzurra
che si disperde all’orizzonte. Il sole abbandonato il colore rosso,
si alza nel cielo. Qualche brivido di freddo percorre i nostri sguardi
assorti.
Arrivati al molo pigri gabbiani che passeggiano sulla spiaggia, ci accolgono
mentre, lentamente la vita quotidiana del piccolo paese di S. Vito Lo
Capo, si rianima.
Il Kent è un cargo cipriota affondato nelle acque di S. Vito
Lo Capo, l’otto luglio 1978.
Stazza lorda di 738 tonnellate, trasportava un carico di corani, zampironi
e sigarette.
Mentre si trovava alla fonda a San Vito, il 7-7-78, scoppia un incendio
nelle sale macchine. L’equipaggio si salva insieme al comandante.
A nulla serve l’intervento della Capitaneria di Porto e della
motopesca arrivata da Castellammare Del Golfo, per spegnere l’incendio.
Alle ore 11,40 del giorno dopo la nave si inabissa sul fondale di –48
metri.
Tratto dall'articolo CristinaFreghieri.it |
L'Addaura
Orlo di priolo
Profondita': 30 mt. a 40 mt.
Livello: impegnativa
Dopo una discesa nel blu per 30 mt. ci si ritrova lungo un'orlata che
scende per circa 10 mt. . Nei secoli, quest'orlo ha fatto perdere numerosissime
ancore alle tonnare ed alle navi che battevano questa zona, ed e' questa
infatti la caratteristica principale di questa immersione: un autentico
cimitero di ancore che si estende lungo tutto il percorso dell'orlata.
Relitto di Vergine Maria
Profondita': 17 mt.
Livello: facile
Il relitto di Vergine Maria in origine era un mercantile che stavano
trasportando ai cantieri navali di Palermo per lo smantellamento; ma
come racconta un romantico amico subacqueo, la nave a meta' strada,
decise che preferiva morire come nave e non come scatolette di tonno.
Durante il percorso si spacco' a meta' franando su un fondale di sabbia
alla profondita' di 17 mt.. Oggi un bellissimo reef artificiale, tra
le cui stanze e stive quasi tutte percorribili, trovano rifugio: astici,
gronghi, corvine, cerniotti, anthias, pinne nobilis e tutta una serie
di piccoli e simpaticissimi crostacei che ci accompagnano durante l'immersione.
Il relitto del "Paulus V"
Tutto ebbe inizio alle 4,25 dell'11 gennaio 1978 quando una stazione
radio sarda (Capo Mannu) captò un SOS lanciato da una nave in
fiamme che si trovava 25 miglia a ovest di Marettimo.
Radio Roma rilanciò l'SOS alla Capitaneria di Porto di Trapani
che fece partire due motovedette ed un rimorchiatore...
Il relitto dell'Arenella
Avete appena conseguito il brevetto di subacquei con ARA? Siete alle
prime esperienze nel fantastico "sesto continente"? Allora
non vi perdete questa escursione a due passi da casa che vi offre la
possibilità di provare l'emozione di esplorare un relitto in
tutta sicurezza e senza grandi limiti di tempo. Si tratta del "Relitto
dell'Arenella"...
Il relitto del "Capua"
Lasciamo per una volta l'ambito palermitano e spostiamoci a Castellammare
dove, adeguatamente muniti di imbarcazione, salpiamo alla volta della
tonnara di Scopello. Mezzo miglio più ad est, in corrispondenza
dell'ingresso dello Zingaro e a poco più di 800 metri dalla spiaggia
su cui si affacciano diversi residence, ci ritroviamo sulla verticale
del Capua, una nave affondata
Lo JUNKER 52
Affrontiamo questa volta un'immersione decisamente impegnativa visto
la quota che ci accingiamo a raggiungere (-48) e ricordiamo in proposito
che esperienze del genere sono consigliabili solo quando l'obiettivo
è realmente interessante.
Per quanto ovvio inoltre, la presenza di una guida adeguata e una programmazione
meticolosa costituiscono le indispensabili premesse perché una
discesa del genere rientri nei limiti accettabili di rischio.
Il relitto in questione è stata una scoperta del club Tecnomare
di Palermo alla fine degli anni '80, fatevi prendere per mano da chi,
a quell'epoca seguì in ossequioso silenzio le indicazioni del
vecchio sig. Ferrante quando, dalla prua del suo peschereccio, gridò
ad un tratto al figlio Francesco: "Iecca ca'!" ordinando che
l'ancora scivolasse veloce proprio sull'ala di quell'aereo tedesco che
nel lontano 1943 lui stesso aveva visto inabissarsi colpito da un caccia
americano.
Con pazienza oggi riprendiamo i riferimenti sulla costa che consentono
di individuare il punto esatto di affondamento, quindi ancoriamo e cominciamo
a scendere lentamente. La certezza di essere proprio sul relitto non
c'è quasi mai e anche per questo, quando a -30 circa se ne comincia
a intravedere la sagoma scura sul fondo sabbioso, la soddisfazione si
fa grande.
Linosa > il relitto aereo
Cronologia della Scoperta:
estate 1998 > primo avvistamento subacqueo
1999-2001 > ricerca di notizie storiche e racconti di testimoni oculari
e di pescatori
ottobre 2002 > 1^ Spedizione sul Relitto: Ricerca,
recupero informazioni, posizionamento
dicembre 2002 > 2^ Spedizione: il profilo d'immersione, fotografie,
costruzione della storia.
13 gen. 03 > pubblicazione del ritrovamento.
Il Relitto
Un piccolo aereo riposa su un dolce pendio da 65 a
78 metri. E' un bimotore inglese spezzato in due parti che distano un
paio di decine di metri uno dall'altro. Purtroppo non rimane molto di
esso: la carlinga è quasi intera, ma i motori e la cabina di
pilotaggio potrebbero essere riconosciuti ed identificati solo da qualche
intenditore.
La storia
Risale alla seconda guerra mondiale, quando nei cieli di Linosa sfrecciavano
gli aerei alleati e nemici, donando alla piccola popolazione brevi ma
indimenticabili scenari di combattimenti e purtroppo, abbattimenti aerei.
Gli abitanti di Linosa poco sanno o ricordano di questo aereo: sia a
mare che a terra, ne sono caduti una quantità tale da confonderne
le origini e gli avvenimenti a loro collegati.
Ma ancora un anziano dell´isola ricorda della sua infanzia trascorsa
nel timore di essere mitragliati o bombardati dagli aerei nemici e racconta
la storia dell´aereo inglese (un Bristol) caduto in mare, proprio
lì dove troviamo il relitto: un giorno l´aereo inglese
sorvola il centro abitato mitragliandolo. Dalla vedetta sul Monte parte
l´allarme con una richiesta di aiuto inoltrata a Pantelleria,
da cui arrivano 2 aerei italiani. Questi riescono ad abbatterlo, facendolo
cadere in mare e mettendo temporaneamente fine alla paura della popolazione.
Il Ritrovamento
Nel 1998, quando a Linosa aprimmo il Mare Nostrvm Diving Center Linosa,
in una delle tante immersioni effettuate, scorgemmo una sagoma sul fondo
che somigliava ad un relitto aereo. Ai tempi, non ci dedicammo all'esplorazione
più approfondita del relitto, nè alla ricerca della sua
storia, in quanto presi dalla nostra nuova attività sull'isola,
e comunque posava ad una profondità accessibile a pochi e non
adatta al nostro lavoro.
Ma esso rimase nei nostri progetti futuri, conservato temporaneamente
nel cassetto e tirato fuori solo nei discorsi con i pescatori ed anziani
dell'isola, per riprenderne la ricerca nel 2002, quando intraprendemmo
la subacquea tecnica, praticando l'Aria Profonda ed il Trimix. Il 2002
è l'anno in cui arriva il momento giusto per "riportarlo
in vita": l'esperienza maturata sin ad allora e le condizioni del
mare di Linosa nel mese di ottobre sono ottimali per le nostre ricerche.
Non ricordiamo il punto preciso, ma bastano 2 immersioni per ritrovarlo,
grazie anche alla limpidezza eccezionale dell'acqua e la temperatura
di 27°C che ci permettono di vederlo da almeno 20 metri più
in alto e di permanere più a lungo sott'acqua.
L'immersione per il ritrovamento è indimenticabile: ci allontaniamo
dalla splendida parete ricoperta da coloratissime madrepore, salutando
le simpatiche cernie forse abituate ormai alla nostra presenza e lasciando
alle spalle il branco di saraghi in visita di questo periodo dell'anno.
Ci dirigiamo verso il blu, sospesi su un fondale che degrada rapidamente
con inganno. Dopo minuti di pinneggiamento, quasi non credendo più
di trovarlo, scorgiamo la sagoma bianca. Dandoci reciprocamente l'OK
ci fiondiamo in picchiata su di essa, ed eccolo trovato! Non era il
pezzo che pensavamo di aver visto anni prima.... Abbiamo giusto il tempo
per fare qualche rilevamento e prendere degli appunti sulla lavagnetta
per potervi ritornare in seguito. Al momento di dirigerci sulla via
del ritorno, visitiamo anche la carlinga su una profondità inferiore,
che dev'essere stato invece quello che avevamo visto in precedenza.
Qui troviamo una musdea di dimensioni rilevanti, una bella murena ed
un paio di cernie poco timide che ne hanno fatto la loro casa. Ma è
il momento di risalire e la parete sembra essere più vicina di
quanto pensassimo! Fra l'emozione che ancora proviamo per il ritrovamento
effettuato ed i calcoli per la risalita, ci chiediamo chissà
quante volte ci saremmo passati vicini senza accorgercene!
La decompressione scorre velocemente in compagnia di un enorme branco
di avannotti: sembra di essere in quelle acque tropicali quando si viene
letteralmente ricoperti e circondati da pesci brillanti. Nessuna corrente,
la piacevole temperatura dell'acqua, lo spettacolo delle ricciolette
a caccia che apriva il branco come un sipario per richiudersi alle loro
code, costituiscono il gran finale della nostra immersione.
Seguono ad essa un'altra serie di immersioni di ricognizione, effettuate
stavolta con un team completo di divers ed assistenza di superficie,
tutti componenti dello staff Mare Nostrvm (Danilo Genovese-Trimix Diver,
Tatjana Geloso-Trimix Instr. e Roberto Catalano-"Lo Studente")
per recuperare ulteriori informazioni e dettagli, definendo così
il profilo d'immersione ideale.
L'immersione proposta su Relitto
Ci si ancora sulla boa precedentemente posizionata ed ancorata sul fondo
fra i due pezzi del relitto. La discesa avviene comodamente lungo la
cima (miscela di viaggio: aria fino a 45 metri), per raggiungere il
fondo di 70 metri (miscela Helair 40/60) e con qualche colpo di pinne
una parte di telaio ed i motori, che si trovano alla profondità
maggiore. Qui si immagina come sia avvenuto l'affondamento, dove possano
essere le eliche, e ci si chiede come possa essere posizionato esattamente
questa parte dell'aereo, dato che i motori sembrano esserne staccati.
Frugando fra i pezzi di lamiera, si può anche toccare i 73 metri.
Dopo circa 5 minuti, ci si dirige verso la carlinga, che anche un bambino
saprebbe riconoscere e che forse rappresenta la parte più piacevole,
data la presenza di pesce e la forma assai più familiare.
Il tempo scorre fino ai 12 minuti di runtime pianificati e ci si dirige
verso la cima di risalita, e ad una velocità di 10m/min. osserviamo
dall'alto i numerosi pezzi disseminati nell'area di caduta: facciamo
il cambio gas speculare a 45 metri, sostiamo un minuto a 39 metri e
poi a 24 metri, per poi passare all'EAN40 a 21 metri. Effettuiamo le
tappe di decompressione per 2 minuti rispettivamente a 15 metri, a 12
e a 9 metri ad una velocità di 3 metri al minuto fra una tappa
e l´altra; a 6 metri sostiamo per 4 minuti ed in prossimità
troviamo la bombola di ossigeno appesa sotto la barca, che sostituisce
per ulteriore sicurezza la nostra miscela in decompressione per i 13
minuti di deco a 3 metri. [Profilo pianificato ABYSS].
Una risalita alternativa, in assenza di corrente e
con una buona autonomia di gas, è quella del rientro sulla Secchitella.
Con una buona visibilità dalla carlinga si scorge l'ombra della
secca, e la si raggiunge in pochi minuti. Quindi iniziando la risalita
e pinneggiando verso la secca, è possibile effettuare una risalita
molto graduale seguendo il profilo della secca, lasciandosi distrarre
dalla parete e dal pesce nella "noiosa" decompressione.
Il gommone si troverà ancorato sul sommo dei
4 metri, per consentire una tranquilla risalita in superficie ed una
stabile decompressione negli ultimi metri.
La temperatura dell'acqua sul fondo in estate/autunno è di circa
19-20°C (con i 26° di superficie) consentendo di effettuare
l'immersione comodamente anche con una muta semi-stagna. In inverno
la visibilità come per la temperatura si riduce in maniera rilevante:
dai 50 metri estivi ai 20 metri del mese di gennaio, quando nell'acqua
vagano gli organismi planctonici e pelagici, dalle forme tanto buffe
quanto affascinanti, che distolgono l'attenzione dei sub dal "freddo"
(16°) della decompressione. |